La fotografia in Ortognatodonzia: parte1. (di A. Gentile)

Marketing e Fotografia Digitale

Viviamo immersi in un mondo che muta rapidamente, grazie anche ai grandi cambiamenti avvenuti nel mondo della comunicazione. Le nuove tecnologie, i social network sono entrati nelle nostre vite modificando, in qualche caso, stili di vita e comportamenti.
Per questo motivo, è necessario adeguare la strategia di comunicazione da utilizzare verso i pazienti in un mondo che cambia. Dalla mia esperienza posso senza dubbio ricavare che il miglior approccio da utilizzare per illustrare ai pazienti le potenzialità dei nostri trattamenti è sicuramente quello di usare le immagini, e per questo abbiamo bisogno di una buona abilità nella fotografia che diventerà il nostro biglietto da visita. Migliorare la comunicazione con il paziente significa aumentare la probabilità di far accettare il piano di cura, permettendoci di valutare molti aspetti clinici “non visibili” direttamente in bocca, ed è dunque più facile valutare i dettagli di ciascuna situazione.
Oggi con la Fotografia Digitale, fotografare è diventato assai più facile ed economico rispetto al passato, ma è bene possedere le conoscenze dei concetti base di fotografia digitale: bisogna sapere, ad esempio, che cosa si intende per esposizione, tempi di scatto, diaframma, sensibilità ISO, messa a fuoco, profondità di campo, bilanciamento del bianco.
Possiamo tranquillamente affermare che le fotografie – la nostra migliore cartella clinica – migliorano molti aspetti della nostra professione e offrono molti vantaggi, a cominciare dalla semplificazione della comunicazione con il team. Il risultato finale sarà un minor numero di incomprensioni, ottimizzazione del tempo e delle risorse.

Concetti base di fotografia
Fotografare significa scrivere con la luce, infatti, parola fotografia deriva da due parole greche: luce (photos) e grafia (graphis).
La fotografia è la tecnica con la quale si produce un’immagine statica e permanente, ottenuta registrando su una superficie fotosensibile (il sensore) i raggi luminosi raccolti da un obbiettivo.
Per fare questo si utilizza la macchina fotografica. Esistono diversi tipi di macchine fotografiche (compatte, bridge, mirrorless, reflex) ma il principio di funzionamento è sempre lo stesso.
Nel caso specifico faremo riferimento alle macchine fotografiche reflex.

LA MACCHINA FOTOGRAFICA
La macchina fotografica reflex è composta dalle seguenti parti:
un corpo macchina ed un piano focale, un obiettivo e le sue lenti, un diaframma posto all’interno dell’obiettivo, un otturatore posto nel corpo macchina, un mirino, un flash (interno o esterno per quelle macchine che non ne sono dotate).

Le macchine fotografiche REFLEX (Single Lens Reflex) sono fotocamere che utilizzano la stessa lente sia per inquadrare che per scattare. Uno specchio riflette, tramite il pentaprisma, l’immagine dall’obiettivo al mirino, quando si preme il pulsante di scatto lo specchio si sposta e l’otturatore si apre esponendo alla luce il sensore. Queste fotocamere possiedono un gran numero di caratteristiche e funzioni, oltre alla capacità (per noi fondamentale) di utilizzare obiettivi intercambiabili e un sistema di gestione del flash tra i più evoluti.

L’ ESPOSIZIONE
L’esposizione è argomento principe della fotografia, rappresenta l’elemento più importante per la buona riuscita di una corretta immagine fotografica. Per avere una buona foto bisogna che sia ben esposta. Per esposizione si intende la quantità di luce che raggiunge il sensore registrando l’immagine.
Per avere una corretta esposizione bisogna far arrivare al sensore la giusta quantità di luce, e si ottiene con il perfetto equilibrio tra sensibilità ISO, apertura del Diaframma e tempo di Otturazione.
Se la quantità di luce che raggiunge il sensore è insufficiente la foto apparirà scura e si dirà “sottoesposta”; se invece la quantità di luce dovesse essere maggiore del necessario la foto apparirà troppo luminosa e si dirà “sovraesposta”.

LA CORRETTA ESPOSIZIONE
La corretta esposizione si ottiene trovando il perfetto equilibrio tra sensibilità ISO, apertura del Diaframma e tempo di Otturazione.

Iniziamo a conoscere l’Otturatore ed il Diaframma: questi sono due meccanismi il cui lavoro simultaneo e complementare determina la quantità di luce complessiva che, passando dall’obbiettivo, raggiunge il sensore.

L’otturatore a tendina è posto nelle fotocamere reflex avanti al sensore. L’otturatore è formato da una apertura coperta da due tendine che, in fase di scatto, si spostano davanti al sensore: la prima si sposta esponendo il sensore alla luce, mentre la seconda va a richiudere l’otturatore allo scadere del tempo di posa precedentemente impostato. Il tempo tra l’apertura e la chiusura è definito tempo di scatto.
Il tempo di scatto (o tempo di esposizione) determina per quanto tempo l’otturatore deve rimanere aperto per consentire alla luce di raggiungere il sensore.

I tempi di otturazione vanno da 30 secondi a 1/8000 di secondo; la scala dei tempi d’esposizione la cui unità di misura è il secondo (s) viene raffigurata in questo modo:
2 – 1 – 1/2 – 1/4 – 1/8 – 1/15 – 1/30 – 1/60 – 1/125 – 1/250 – 1/500 – 1/1000 – 1/2000 (s)
Questo è un riepilogo dei tempi di otturazione maggiormente utilizzati.
Sulla sinistra ritroviamo sempre i tempi di scatto più lunghi, mentre proseguendo sulla scala verso destra abbiamo tempi di scatto sempre più brevi.

Ogni volta che si passa da un tempo di otturazione a quello successivo, o precedente, si dice che si è saliti o scesi di uno STOP (es. se passiamo da 1/60 a 1/125 avremo l’incremento di uno stop); salire o scendere di uno stop vuol dire raddoppiare o dimezzare la quantità di luce che entra, questo proprio perché l’otturatore sarà aperto il doppio del tempo (o chiuso la metà).
Possiamo usare dunque qualsiasi tempo di scatto? Se passare da 1/500 a 1/250 comporterà il doppio di luce in entrata, passare da 1/60 o 1/30 comporterà anche il rischio di avere una foto mossa. Esiste dunque un tempo al di sotto del quale è bene non scendere. È fondamentale ricordare che più lungo sarà il tempo di scatto e maggiore sarà il rischio di avere una foto mossa.
Un tempo di scatto veloce consente di “congelare” l’azione ed è indicato per soggetti in movimento (nella fotografia sportiva si utilizza da 1/500 in su), viceversa un tempo di scatto lento può essere usato per ottenere un effetto creativo accentuando il senso di movimento.
Nella fotografia in generale e nell’odontoiatrica per scongiurare il pericolo di “mosso”, bisogna usare tempi relativamente rapidi (1/100 s, 1/125 s, 1/250 s).
Il tempo di scatto di sicurezza è anche legato alla lunghezza focale dell’ottica utilizzata (Più lunga è l’ottica maggiore sarà il rischio di mosso), generalmente si segue questa relazione: tempo di sicurezza: 1/lunghezza focale in uso. Quindi con un obiettivo di lunghezza focale 50 mm possiamo utilizzare 1/60, mentre con un obiettivo di lunghezza focale pari a 100mm bisognerà utilizzare almeno 1/125.

Il diaframma è posto nell’obiettivo e, a seconda della sua apertura, determina la quantità di luce che raggiunge il sensore nel periodo di tempo entro il quale l’otturatore rimane aperto.
Si presenta come un insieme di lamelle a ventaglio inverso che aprono e chiudono l’apertura del sistema ottico.
La regolazione del diaframma si chiama apertura e ogni obiettivo ha una determinata apertura massima e una minima.
Insieme al tempo di esposizione l’apertura del diaframma determina la quantità di luce che viene fatta transitare attraverso l’obiettivo.
Mentre con il tempo di scatto si otteneva una foto mossa o ferma, l’apertura del diaframma gestisce la profondità di campo.
Nelle fotocamere, il diaframma può essere regolato su diverse aperture, distribuite regolarmente su una scala di intervalli detti numeri f (f/numero) o più semplicemente
diaframmi.
La sequenza dei numeri f comprende i seguenti valori:
f/1 f/1,4 f/2 f/2,8 f/4 f/5,6 f/8 f/11 f/16 f/22 f/32 f/45 f/64
Esattamente come con il tempo, l’intervallo tra i diversi valori del diaframma modifica la quantità di luce di uno stop raddoppiando o dimezzando la quantità di luce che entra.
Più il valore di apertura f è piccolo più il diaframma sarà aperto, (es. f 1,4) più il valore di f è grande più il diaframma sarà chiuso (es. f 22); questo influenzerà la profondità di campo.
Un diaframma aperto è utile quando si vuole dare risalto al soggetto principale isolandolo dallo sfondo (come ad esempio in fotografia di ritratto), mentre un diaframma chiuso è da prediligere quand’è necessario estendere la zona a fuoco il più possibile come in fotografia di paesaggio.

LA PROFONDITÀ DI CAMPO
In fotografia, la profondità di campo è “la distanza davanti e dietro al soggetto fotografato che appare nitida (a fuoco)”.
Il campo nitido è sempre più esteso dietro al soggetto a fuoco che davanti, in media è circa
1/3 avanti e 2/3 dietro il punto di mesa a fuoco.
Come abbiamo già detto la profondità di campo è direttamente influenzata dal diaframma: più sarà chiuso il diaframma e maggiore sarà la profondità di campo.
Ci sono molti fattori che incidono sulla profondità di campo.
1) Lunghezza focale; lunghezza focale maggiore (come i teleobiettivi) hanno una PdC minore, e viceversa.
2) Distanza dal soggetto; a parità di tutto il resto, la profondità di campo di un soggetto lontano risulta maggiore rispetto a quella di un soggetto vicino.
3) Apertura del diaframma; maggiori aperture del diaframma corrispondono a minori PdC, e viceversa.
Quindi la profondità di campo è minore quando il soggetto è molto vicino, con obiettivi di lunga focale (da 70 mm in poi), con diaframmi aperti (2,8 – 5,6…)
La profondità di campo aumenta con la chiusura del diaframma (16 – 22 – 32 …).
La combinazione tempo di esposizione/diaframma regola la giusta quantità di luce per ottenere una fotografia ben esposta.

IMG_3105
Questa immagine mostra gli effetti di diaframma, tempo di posa e immagini ISO
IMG_3106
Esempio di poca profondità di campo con diaframma aperto con effetto sfocato dietro al soggetto messo a fuoco. Diaframma f: 4 lunghezza focale 105 mm

IMG_3107

Esempio pratico di apertura del diaframma su un modello. Con un diaframma più chiuso (f/32) abbiamo più denti a fuoco (dagli incisivi al secondo molare) con un diaframma più aperto (f/4) abbiamo meno denti a fuoco (dagli incisivi al secondo premolare).

Facendo un parallelo con l’occhio umano, mentre l’iride rappresenta il diaframma, la palpebra dà un’idea dell’otturatore.

Manca però ancora un parametro: la sensibilità ISO.
La sensibilità ISO è la sensibilità alla luce del sensore; ogni sensore ha una sua sensibilità nativa che generalmente è tra 100 e 160 ISO. Possiamo però noi aumentare la sensibilità amplificando il segnale in ingresso. In questo modo la stessa quantità di luce sarà “percepita” come doppia (o quadrupla, ecc).
Più alto è il valore ISO, più sensibile è il sensore, quindi maggiore sarà la sua capacità di catturare immagini in ambienti poco illuminati.
La scala dei valori ISO è la seguente: 100, 200, 400, 800, 1600, 3200, 6400.
Come per il tempo e il diaframma anche qui passare da un valore ad un altro raddoppia o dimezza la quantità di luce in ingresso.
L’amplificazione del segnale però comporta un aumento del rumore digitale che porta ad immagini di qualità più bassa. Ogni macchina ha quindi un suo “limite” oltre il quale sarebbe bene non andare.

Ritorniamo al concetto di esposizione
Per esposizione si intende la quantità della luce che attraversa il diaframma nel tempo di apertura dell’otturatore.
L’interazione tempo/diaframma determina la quantità totale di luce che impressiona il sensore: il diaframma (quanta luce).
E il tempo di esposizione (per quanto tempo).

RAPPORTO TRA TEMPO DI SCATTO E DIAFRAMMA
Volendo fare un esempio pratico, pensiamo ad un secchio da riempire di acqua.
Ho due possibili strade da percorrere per riempire il secchio:
Aprire poco il rubinetto lasciandolo aperto per un periodo di tempo maggiore.
Aprire completamente il rubinetto lasciandolo aperto per un minore periodo di tempo.
Nel caso dell’esposizione il rubinetto è rappresentato dal diaframma. Un diaframma chiuso es. f/11 lascerà passare poca luce, mentre un diaframma aperto es. f/5.6 lascerà passare molta più luce. Il periodo di tempo entro cui il rubinetto deve rimanere aperto è invece determinato dal tempo di scatto. Un tempo di scatto rapido es. 1/125s lascerà aperto l’otturatore per un periodo di tempo inferiore, a differenza di un tempo di scatto più lungo es. 1s che lascerà aperto l’otturatore per un periodo di tempo maggiore.
Se volessimo inserire in questo esempio anche l’ISO potremmo dire che l’ISO è la dimensione del secchio. Per tanto se dovessi riempire un secchio più piccolo (la metà di quello precedente) occorrerebbe la metà della luce che si tradurrebbe in un diaframma più chiuso o in tempo più rapido.

La Coppie Diaframma/Otturatore
Dando per costante l’ISO diverse coppie diaframma/otturatore possono dare la stessa
quantità di luce e quindi di esposizione, realizzando la così detta legge della reciprocità.
la terna di valori ISO 100 – diaframma f/5,6 – tempo 1/60 è equivalente alle seguenti:
ISO 100-f/8-1/30
ISO 100-f/4-1/125
ISO 100-f/11-1/15
ISO 100-f/2,8-1/250
ISO 200-f/8-1/60
ISO 200-f/11-1/30
ISO 200-f/4-1/250
ISO 400-f/8-1/125
ISO 400-f/5,6-1/250
ISO 800-f/5,6-1/500
ISO 3200-f/11-1/500
A seconda delle situazioni sceglierò la triade che più mi serve: se fotografassi un evento sportivo potrei utilizzare ISO 800-f/5,6-1/500 oppure ISO 3200-f/11-1/500 nella ritrattistica ISO 100-f/4-1/125, oppure ISO 100-f/2,8-1/250.

L’esposimetro
l’esposimetro è un meccanismo presente nelle fotocamere che ci guida e ci aiuta nella scelta del diaframma, del tempo di scatto e del valore ISO.
Quando la freccetta dell’esposimetro è al centro la luce sarà giusta, se è verso il
meno sarà sottoesposta, se è verso il più sarà sovraesposta (questo sempre secondo l’esposimetro). Quando guardiamo nel mirino vediamo l’esposimetro, l’ISO, il tempo e il diaframma e dobbiamo essere in grado di riconoscere questi tre parametri.

Messa a fuoco
Per scattare una qualsiasi foto è necessaria l’operazione nota come: “messa a Fuoco”.
Questa può essere in Manuale se si è esperti o in Automatica ed consigliata per i meno esperti, facendo però attenzione al punto di messa a fuoco impostato. I moderni sistemi di messa a fuoco permettono l’esclusione del sistema manuale essendo molto affidabili e precisi.

Il flash
Il Flash è una Luce Artificiale che ci occorre per illuminare il soggetto quando la luce disponibile non è sufficiente o se vogliamo modificare quella esistente.
I flash o lampeggiatori automatici possono essere DEDICATI e/o TTL. Sono dedicati quei flash che dialogano con le macchine e possono collaborare nella gestione di una corretta esposizione attraverso sofisticati sistemi TTL (Trough the lens).
Per la fotografia intraorale, è necessaria una sorgente di luce artificiale che permette una illuminazione uniforme dei denti senza ombre ed è per questo che si utilizza sempre il flash.
Il flash può essere incorporato nella fotocamera o esterno a slitta che va posto sulla fotocamera (a torcia) oppure anulare che va posto sull’obbiettivo.
Nella fotografia odontoiatrica useremo il flash anulare o su staffe; questo permette riprese ravvicinate eliminando o attenuando le ombre e restituendo dettagli perfetti.
È fortemente utilizzato in macrofotografia come nel nostro caso.

Le modalità di esposizione.
Le fotocamere hanno quattro fondamentali modalità per effettuare la corretta esposizione. Vanno dal completamente automatico al manuale.
P la modalità Programma. La fotocamera sceglie sia il diaframma che il tempo di scatto;
Tv (S per le fotocamere Nikon) la modalità Priorità di Tempo. Voi scegliete il tempo di scatto e la fotocamera sceglie il diaframma appropriato.
Av (A per le fotocamere Nikon) la modalità Priorità di Diaframma. Si sceglie un diaframma e la fotocamera sceglie il tempo di scatto appropriato.
M la modalità Manuale. Permette di scegliere sia il tempo di scatto che il diaframma. Molto utile quando il flash è la fonte di luce principale come nel nostro caso.

L’istogramma
L’istogramma è lo strumento che ci permette di capire se l’immagine memorizzata ricade nell’intervallo di luminosità tale da essere catturata dal sensore.
Abbiamo detto che fare una fotografia significa impostare i corretti valori di tempo e diaframma sulla nostra fotocamera affinché il nostro soggetto ricada in un intervallo di luminosità che possa essere registrato dal nostro sensore. Tutto ciò che eccederà questi limiti non sarà visibile e verrà rappresentato o come completamente nero o completamente bianco. In questo l’istogramma ci viene in soccorso mostrando i valori di luminosità delle nostre immagini.
Obbiettivi
tipo: angolo di campo, lunghezza focale fisso o zoom;
Com’è fatto un obiettivo all’interno? Ha vari componenti plastiche o metalliche, gli elementi ottici (le lenti), il diaframma e, se è predisposto, anche lo stabilizzatore ed il motorino di messa a fuoco automatica.

Gli Obiettivi
Questi si dividono in due grandi gruppi: ottiche a focale Fissa e Zoom.
Tendenzialmente gli obiettivi ad ottica fissa sono molto più luminosi e hanno spesso una maggiore qualità ma dobbiamo spesso cambiare obiettivo se vogliamo fare inquadrature diverse.
Gli obiettivi zoom ci permettono di regolare entro un certo raggio o “range” l’ingrandimento in maniera fluida e graduale; ci permettono di avvicinarci o allontanarci dal soggetto da fotografare semplicemente ruotando la ghiera dell’obiettivo.
Gli obiettivi si classificano a seconda dell’angolo di visione inquadrato.
Grandangolo: Permette una cattura molto ampia della scena, particolarmente indicati per i panorami, i monumenti e soprattutto i paesaggi. Rientrano in questo range gli obiettivi dai 15mm fino ai 35mm.
Medio-tele: si posiziona a metà strada tra le due tipologie citate prima. In questa famiglia possono rientrare ad esempio gli obiettivi con zoom 24-70mm e i vari obiettivi fissi tra cui il più famoso 50mm che è considerato l’obiettivo cosiddetto “normale” perché si avvicina moltissimo
alla stessa normale apertura visiva dei nostri occhi.
Teleobiettivo: possiede generalmente un ampio range di ingrandimento a partire dai più comuni 70-200mm fino ad arrivare ai vertiginosi super-tele di 1200mm. È utilizzato per inquadrare dettagli lontani.
Altre caratteristiche degli obiettivi
Macro: consente un’inquadratura ravvicinata del soggetto con un rapporto di 1:1 (o superiore).
Fish-eye: letteralmente “occhio di pesce” sono obiettivi che permettono un’inquadratura molto ampia fino a 180 gradi. Generalmente questi particolari obiettivi hanno un range limitato dagli 8 ai 15 mm, consentono un’inquadratura superiore ai grandangoli.

Angolo di campo

cosa scegliere tra grandangolo o tele?
Il “grandangolo” deforma le proporzioni degli oggetti facendo sembrare grandissimi gli oggetti in primo piano e lontanissimi quelli sullo sfondo. (basta pensare alle stanze degli hotel che viste su internet sembrano enormi e poi, una volta arrivati, a stento entra la valigia!); per i ritratti è bene utilizzare lunghezze comprese tra i 70 mm e i 135 mm per una corretta riproduzione delle proporzioni.

Obiettivi macro
Se dobbiamo fotografare oggetti molto piccoli come nel nostro caso i denti o le arcate dentarie ci serve un obiettivo macro. Questi obiettivi sono concepiti per mettere a fuoco a distanze estremamente ravvicinate (da 34 cm all’infinito) ed infatti sono utilizzati per i primi piani estremi.
Ci permettono di fotografare oggetti con rapporto 1:1. Fotografando un oggetto largo 2 cm a 1:1 sarà riprodotto esattamente con le stesse dimensioni sul sensore. Gli obiettivi macro sono anche in grado di mettere a fuoco a distanza ravvicinatissima ma anche lontana, nel nostro caso specifico con un macro 100 mm possiamo fotografare sia le arcate dentarie che il volto del paziente.

I formati digitali: RAW e Jpeg
Le moderne fotocamere reflex digitali ci permettono di registrare due tipi di file: i
file RAW e i JPEG.
Dall’inglese RAW, che significa grezzo, non ancora lavorato, questo termine fa riferimento all’immagine non ancora elaborata proveniente direttamente dal sensore della macchina digitale. Si tratta di un formato di immagini che devono ancora essere sviluppate, in pratica il RAW può essere considerato il negativo del digitale. Al contrario il jpeg è un file elaborato dalla macchina e già pronto
ma come tale non può essere sviluppato con tutte le potenzialità che ha un raw ed inoltre non ha un valore legale in quanto manipolabile.
Il file raw è invece un file di sola scrittura e quindi non manipolabile ed ha valore legale in caso di controversie. Si consiglia sempre di scattare in raw o, se si preferisce, in raw e jpeg contemporaneamente.

I file RAW delle varie marche di fotocamere
CANON -> “.CR2” NIKON -> “.NEF”
SONY -> “.ARW” PENTAX -> “.PEF”
KODAK -> “.DCR” OLYMPUS -> “.ORF”

Il bilanciamento del bianco
Diverse fonti luminose producono luci di colore diverso.
Si dice, in maniera più tecnica che queste luci hanno una diverse temperatura colore.
Queste temperature si misurano in Kelvin (K) e possono variare dai 1000K di una candela ai 7000K che si hanno all’ombra durante una giornata di Sole.
L’occhio umano si adatta automaticamente ai cambiamenti nella temperatura della luce, il sensore della macchina fotografica no, perciò può avere spesso bisogno che il fotografo gli suggerisca quale tipo di luce illumina la scena inquadrata oppure che possa poi modificarlo in fase di sviluppo ma solo agendo sul file raw.

Il bilanciamento del bianco
Bilanciamento del bianco
Dettagli: Temperatura Colore K (Kelvin)
Impostazione di scatto: Per applicare l’impostazione di bilanciamento del bianco usata allo scatto della fotografia.

Auto
Regola automaticamente il bilanciamento del bianco.
Da 3000 K a 7000 K circa.

Nel nostro caso useremo sempre il Flash per tanto la temperatura colore sarà di circa 6000 K, basterà impostare la fotocamera a flash.

l’Archiviazione
Il Salvataggio e l’Archiviazione
“Il mondo della fotografia digitale si divide in quelli che hanno perso le loro foto e quelli che non hanno ancora perso le loro foto”.
Le foto che noi scattiamo vanno salvate su supporti esterni; è bene, prima di cancellare le foto scattate dalla scheda presente nella fotocamera, salvare i file delle foto su più di un supporto (almeno due hard disk). Al fine di un rapido ritrovamento è generalmente consigliato conservare le foto in cartelle che abbiano come riferimento la data e l’evento fotografato per facilitare la ricerca successiva.
Es: “2016_06_25_intervento_sig_Rossi_Mario”

Nella seconda parte saranno trattati gli aspetti clinici e pratici della fotografia in ortognatodonzia ed i settaggi per la fotografia intraorale ed extraorale.

Alberto Gentile

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